Il gatto

Published mayo 14, 2012 by passioneitaliana2

Un giorno sono andato in giro perché non avevo niente da fare, c’era ancora una casetta libera, avvicinandomi ho visto sulla neve le impronte di un gatto. “Porca madoi!” Mi sono detto. “Allora qui c’è qualcosa da mangiare!” E ho seguito le impronte. Ho visto che andavano verso un angolo della casa e salivano sul solaio. Sono salito a vedere ed il gatto era proprio là. Allora mi sono messo d’accordo coi miei soci ed ho pensato: “Si proverà a mangiare una volta tanto della carne.” Abbiamo aspettato che il gatto tornasse, perché era scappato, e che andasse sul solaio dove aveva la sua tana, dove probabilmente cacciava i topi. Avevamo portato un telo tenda e con quello avevo fatto una specie di sacco. L’ho messo a chiudere il buco da dove il gatto doveva uscire, siamo saliti molto velocemente, lui non è stato a guardare che avevamo chiuso il buco col sacco e c’è piombato dentro. Siamo riusciti a catturarlo e in quattro e quattr’otto lo abbiamo spelato.
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Come ho fatto a ucciderlo? Ho preso il telo tenda e con due mani stringevo stringevo fino a quando non sono riuscito a prendergli la testa e allora gli ho dato una martellata, adesso non mi ricordo se con il manico della baionetta. Comunque l’abbiamo ucciso, l’abbiamo spelato, messo a pezzetti nelle gavette e infilato nel forno dove è cotto nel suo grasso. Abbiamo fatto una mangiata, senza sale, senza niente, era buonissimo, abbiamo fatto una bella becada”. Quella è stata l’unica volta che abbiamo mangiato carne fresca. Insomma li siamo rimasti fino al 16 o al 17 di gennaio.

becada:mangiata

LUIGI SOTTINI

L’ANGELO

Published mayo 9, 2012 by passioneitaliana2

Ogni volta che un bambino buono muore, scende sulla terra un angelo del Signore, prende in braccio il bimbo morto, allarga le grandi ali bianche e vola in tutti i posti che il bambino ha amato, poi coglie una manciata di fiori, che porta a Dio affinché essi fioriscano ancora più belli che sulla terra. Il buon Dio tiene i fiori sul suo cuore, ma a quello che ha più caro di tutti dà un bacio, e questo riceve la voce e può cantare col coro dei beati.
Tutto questo veniva raccontato da un angelo del Signore, mentre portava un bambino morto in cielo, e il bambino lo sentiva come in sogno; e volavano per la casa, nei luoghi dove il bambino aveva giocato, e poi nei deliziosi giardini pieni di fiori bellissimi.
«Quale dobbiamo prendere da piantare in cielo?» chiese l’angelo.
Nel giardino si trovava un alto roseto, ma un uomo cattivo aveva spezzato il fusto, così tutti i rami, pieni di grandi gemme sbocciate a metà, si erano piegati e appassivano.
«Povera pianta» disse il bambino «prendi quella, così potrà fiorire presso Dio!»

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E l’angelo raccolse quella pianta, e diede un bacio al bambino, così egli aprì un po’ gli occhietti. Colsero quei magnifici fiori, ma presero anche la disprezzata calendula e la selvatica viola del pensiero.
«Adesso abbiamo i fiori!» disse il bambino, e l’angelo annuì, ma ancora non volarono verso Dio. Era notte e c’era silenzio; rimasero nella grande città e volarono in una delle strade più strette, dove si trovava un mucchio di paglia, cenere e spazzatura: c’era stato un trasloco; dappertutto c’erano pezzi di piatti, schegge di gesso, cenci e vecchi cappelli sgualciti, tutte cose molto brutte.
E l’angelo indicò, in tutta quella confusione, alcuni cocci di un vaso di fiori; lì vicino c’era una zolla di terra che era caduta fuori dal vaso, ma che era rimasta compatta a causa delle radici di un grande fiore di campo appassito, che non valeva più nulla e per questo era stato gettato.
«Portiamolo con noi! » disse l’angelo «poi, mentre voliamo, ti racconterò perché.»
E così volarono e l’angelo raccontò:
«Laggiù, in quella strada stretta, in un seminterrato, viveva un povero ragazzo ammalato; fin da piccolo era rimasto sempre a letto, quando proprio si sentiva bene poteva camminare per la stanza con le stampelle, ma non poteva fare altro. In certi giorni d’estate i raggi del sole arrivavano per una mezz’ora nella stanzetta del seminterrato, allora il ragazzino si metteva seduto a sentire il caldo sole su di lui e guardava il sangue rosso che scorreva nelle sue dita sottili, che teneva davanti al viso; in quei giorni si poteva dire: «Oggi il piccolo è uscito!». Conosceva il verde primaverile del bosco solo perché il figlio del vicino gli portava il primo ramo di faggio con le foglie e se lo alzavano sul capo e sognava di trovarsi sotto i faggi col sole che splendeva e gli uccelli che cantavano. Un giorno di primavera il figlio del vicino gli portò anche dei fiori di campo, e tra questi ce n’era per caso uno ancora con le radici: perciò fu piantato in un vaso e messo sulla finestra vicino al letto. Il fiore, piantato da una mano amorevole, crebbe, mise nuovi germogli e ogni anno fiorì. Questo divenne il giardino meraviglioso del ragazzo malato, il suo piccolo tesoro sulla terra. Lo bagnava e lo curava e si preoccupava che ricevesse anche l’ultimo raggio di sole, che penetrava dalla bassa finestrella; e il fiore cresceva anche nella fantasia del ragazzo, perché fioriva per lui, per lui emanava il suo profumo e gli rallegrava la vista. E quando il Signore chiamò il ragazzo, egli si volse, morendo, verso quel fiore. Da un anno è ormai presso Dio, e per un anno intero il fiore è rimasto abbandonato sulla finestra e è appassito. Per questo è stato gettato tra la spazzatura durante il trasloco. E proprio quel fiore, quel povero fiore appassito noi l’abbiamo messo nel nostro mazzo, perché quel fiore ha portato più gioia che non il più bel fiore del giardino reale.»
«Ma come sai tutte queste cose?» domandò il bambino che l’angelo portava in cielo.

«Lo so, perché ero io stesso quel povero ragazzo malato che camminava con le stampelle!» spiegò l’angelo. «E conosco bene il mio fiore!»

di H. C. Andersen

DIARIO AZZURRO

Published mayo 5, 2012 by passioneitaliana2


L’arroccamento delle persone dietro le pareti domestiche nasce forse da una sorta di pudore nel non voler mostrare agli altri le tracce di una vita non vissuta, o mal vissuta o, nel migliore dei casi, solo “poco vissuta”.
Così a solitudini di libertà si sostituiscono solitudini di reclusione e, tra le pareti domestiche, i percorsi dello sconforto si moltiplicano fino a creare un’intricata sensazione di impotenza.
Ricordo nelle mie visite ai villaggi del Caucaso, l’incredibile emozione di vedere le porte delle case spalancate, come braccia aperte ad accogliere chiunque. E le stanze, all’interno, adorne solo dell’essenziale. Una madia per il pane, un tavolo, un divano e qualche sedia.

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E un delizioso profumo di serenità e di conforto. I vecchi seduti sulla soglia di casa, i bambini in eterni percorsi di gioco.
Da qualsiasi evento e da ogni atto emergeva l’assenza del dato economico. Quella beatitudine non aveva insomma alcuna relazione con il denaro. Ma perché ne parlo? Forse per proporre a chi abita qui da noi di seguire lo stesso percorso? Certo che no.
Sento invece l’urgenza di descrivere la soavità del “vivere” contrapposta alle infinite complicazioni dell’”esistere”. Mi piace pensare che le parole della semplicità possano posarsi come un balsamo ristoratore su chiunque si senta oppresso dall’attuale organizzazione della società.
Certo dovrei riuscire a ridisegnare quei volti che ho ammirato sulle montagne del Caucaso e portare i loro sguardi nell’anima di chi legge, per riuscire a comunicare il beneficio di una serenità semplice. L’uomo è per natura produttivo se non è dilaniato dalla sottomissione e dallo sfruttamento. Nessun abitante di quei luoghi ha caratteristiche di estraneità. Chiunque incontriate vi offre da subito la sensazione di conoscerlo da sempre. Proprio come dovrebbe essere, dato che ognuno di noi ha circa sei miliardi di parenti, nella naturale famiglia dell’umanità.
Credo che ogni giorno l’incontro con nuovi ed altri esseri umani possa nutrire in modo definitivo il comune bisogno di serenità. Sono certo che se tutti avessero a disposizione almeno metà della loro giornata e la potessero vivere nella libertà, potrebbero finalmente abbandonarsi al fluire degli incontri, avere un numero quasi illimitato di conoscenti, moltissimi amici e, certamente, non pochi legittimi amori.
Nel finale del film di Federico Fellini “8e1/2” il protagonista offre questa conclusione “La vita è una festa, viviamola insieme.”
E’ vero, la vita, liberata dalle imposizioni, non è che una delicata e amorevole festa.

Immaginiamo alcune persone riunite in una stanza. Entra d’improvviso un Marziano, che, come si sa, è fatto a palla. Il Marziano chiede gentilmente se qualcuno può dirgli che cos’è una mano. Chiunque dei presenti mostri una mano offre una risposta esatta.
Ciò significa che tutti gli esseri presenti in quella stanza sono simili, anzi “strutturalmente” identici. Quindi ciò sta a significare che gli esseri umani sono tra loro profondamente simili, ovvero strutturamente identici. Il che significa che di uno sconosciuto noi sappiamo almeno quanto Conosciamo di noi stessi, e cioè circa un 80%. Ci manca il restante 20% che non possiamo conoscere in anticipo perché rappresenta il mistero dell’individualità, ovvero l’assoluta diversità dell’altro da chiunque altro.Detto questo possiamo avvicinare qualsiasi sconosciuto con grande intimità, dato che già consciamo tanto di lui.Forse la paura che si ha degli sconosciuti e tanta quanta è la sfiducia in se stessi.

Mastro Pirolli, falegname del cinema, una vita trascorsa a inventare e a essere sottovalutato. Un artigiano di rara maestria è venuto a mancare nella giornata di ieri.
E’ il padre del mio carissimo amico Mario, che spesso si riferisce a lui per chiarire i misteri del vivere. Io credo che quando qualcuno muore il modo migliore per rispondere all’evento è di migliorare la qualità della propria vita. Così farò, caro Mario, anzi, così faremo.

Massimiliano, l’ex magazziniere di Cremona che, dopo aver letto LETTERE DALLA KIRGHISIA, si è licenziato ed è coraggiosamente partito per l’Irlanda dove da quasi un anno sta assaporando un modo nuovo di vivere, è rimasto colpito dall’ultimo diario, dove ho descritto la faccenda dei due millimetri e mezzo di sconfinamento di una rete e delle lotte conseguenti. Mi manda questa mail

Dublino 02 luglio 2006

a proposito di tavolata.

ricordo che dopo vent’anni di gelo condominiale e di bisbigli furtivi sulle scale, la nuova inquilina del secondo piano, Nicoletta, aveva organizzato una cena nel giardino del condominio. il foglio delle conferme d’adesione, attaccato sul portoncino d’ingresso, rimase per parecchio tempo quasi vuoto con le sole firme di mia madre e di un’altra vicina. ricordo che uno dei vecchi senatori della casa, che abita all’interno 8, chiese a mia mamma con aria preoccupata parlando sottovoce come se avesse appena rubato la marmellata dalla dispensa “ha sentito della cena? ma lei andra’?” comunque dopo un po’ di incertezza la cena ando’ in porto e in una calda sera d’estate i condomini si riunirono per la prima volta dopo vent’anni di completo anonimato. la serata scivolo’ via leggera e, grazie a una Nicoletta molto Kirghisa, tutti i partecipanti persero rapidamente quel velo di gelo che li ricopriva da anni e si persero in accese discussioni. Dopo quella volta la cena di fine estate e’ diventata tradizione al numero 26 di via olimpia. E anzi i condomini hanno ben presto trovato il pretesto per organizzarne un’altra in corrispondenza del carnevale. Gnocchi fatti in casa e pomodoro.
Che dire… Nicoletta, cittadina onoraria Kirghisa Un abbraccio forte, Massimiliano.

DIARIO AZZURRO n.145 del 04.07.2006 di SILVANO AGOSTI

DANIELA NEGRI

Published mayo 2, 2012 by passioneitaliana2

Arturo Airoldi era un sergente fatto e finito. Dritto e impettito anche senza uniforme.
Mi fece entrare in casa sua, rimanendo quasi sull’attenti mentre varcavo la soglia.
Avrei voluto salutarlo con il tipico saluto militare, ma mi trattenni.
Mi fece accomodare su una poltrona decisamente scomoda, rigida e dura come il suo proprietario. Si sedette di fronte a me.
Gli raccontai quanto stavo facendo e gli chiesi se lui avesse qualche informazione utile.

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Mi guardò ascoltando in assoluto silenzio, fumava. Probabilmente rifletteva, perché dopo aver aspirato una profonda boccata di fumo, “Non ha pensato di dare un’occhiata negli ospedali?” mi disse “Molti soldati si fingevano malati o smemorati, veri lavativi senz’anima” sentenziò. Riflettei un attimo.
In effetti Giulio poteva essere ricoverato in qualche ospedale, magari del tutto privo di memoria.
Il sergente cominciò a parlare della guerra e mi raccontò alcuni episodi della sua vita militare; partito, pensai per un attimo e chi lo fermerà?
Fu un’impresa farlo smettere, sembrava inesauribile, un fiume in piena, avrei detto.
Prima di salutarmi mi diede il nome di alcuni ospedali dove qualcuno dei suoi soldati era stato ricoverato e anche grazie al suo impegno, prontamente dimesso.
Avrei fatto di più, pensai mentre mi allontanavo per raggiungere la mia auto, avrei chiamato tutti gli ospedali, tutti, non dovevo lasciare nulla di intentato.
Accesi il motore e apri completamente il finestrino, partii per raggiungere il mio studio, avevo pur sempre fatto un piccolo passo in avanti.
L’aria che entrava mi muoveva tutti i capelli, guidavo e pensavo a Emma e al suo bacio, avevo un’incredibile voglia di rivederla ma, al contempo, mi sentivo in colpa.
Perché è tutto così difficile, pensai, perché non ci si incontra mai?
Si è sempre sfasati, o troppo avanti o troppo indietro. Dov’era stata Emma finora? E io?
Riflettei.
In ufficio tutto il giorno, la notte a casa e la domenica? A messa da mio fratello, ovvio.
Ma che vita intensa, la mia…
Dovevo resistere pensai, forse con il tempo avrei dimenticato tutto e anche questo strano sentimento che ora provavo, sarebbe svanito, perso nel tempo e nello spazio, ma vivo e non consumato dal quotidiano.
Rimasto per sempre inalterato in un angolo della mia memoria.
Era poi vero quello che stavo pensando?
Presto avrei scoperto che ci sono percorsi che, pur non volendo, siamo inevitabilmente chiamati a percorrere e che segnano per sempre la nostra esistenza, imprimendo in essa quel senso e quell’unicità che la fanno nostra e solo nostra. Dovevo telefonare agli ospedali, ecco quello che dovevo fare, basta pensare, mi dissi.
Salii nel mio studio e mi diedi da fare.

DANIELA NEGRI

Aforismi

Published abril 29, 2012 by passioneitaliana2

La morte è una gradazione della cottura. Un palato più esigente saprebbe certo andare oltre.

Perché mai dovremmo respingere una frase bella ma vuota? Cos’altro è l’esistenza?

La musica è priva di senso come la vita, la pittura come la morte.

La stupidità ha contagiato perfino il silenzio.

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Elias Canetti: «L’uomo ha raccolto tutta la saggezza dei suoi predecessori, e guardate quanto è stupido».

Se c’è un esibizionista involontario, è lui il genio.

Immanuel Kant pensava che il Giudizio fosse il regno della libertà umana, e forse non aveva torto – benché solo nel Pregiudizio si consumi senza mai estinguersi la fiamma del Fuoco, la libertà della Libertà: l’esistenza prima dell’Esistenza.

Cosa aspetti? “L’ispirazione”. E se non viene? “E se invece fossi io, in anticipo sull’appuntamento?”.

Ben ardua cosa è fondere la voce al fuoco del sentimento, per doverla subito dopo solidificare al gelo del giudizio.

Il paradosso del dolore è che pur non esistendo che in noi, in lui abbiamo l’unico indizio probabile che qualcosa esista fuori di noi.

L’Arte sceglie i suoi mezzi, fra i quali solo raramente figura l’artista.

Il sarcasmo di cui siamo capaci è lo stesso di cui fummo vittime quando ancora non sapevamo di potergli dare accoglienza.

La fede è un muscolo involontario: né la sua attività né le sue pause rivelano alcunché del nostro stato di salute.

Aforismi tratti dal libro Pregiudizi sulla Libertà di Roberto Morpurgo Edizioni Joker 2006

SULLA FELICITA’

Published abril 27, 2012 by passioneitaliana2

“Felicità è non fare sempre ciò che si vuole, ma volere sempre ciò che si fa ” scrisse Tolstoj e, molto più poeticamente, un Anonimo: ‘Felicità è un campo di papaveri e il gorgheggio di un usignolo. ~ sapere per chi splendono e perché canta”. Ma cos’è mai la felicità? Nella storia della nostra formazione familiare, scolastica e religiosa, l’uso del termine “Felicità” è praticamente inesistente: si prospetta ai bambini prima e ai giovani poi, serenità, maturità ed equilibrio da conquistare con la realizzazione di obiettivi che si giocano nel privato (bravi bambini o ragazzi e poi bravi padri o madri) e nel pubblico (bravi studenti e poi cittadini e lavoratori).
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Esperienza comune forse a tutti gli adulti e che si allargava dall’attuazione di desideri e progetti privati, alla realizzazione di una certa serenità e pace comune; come dire che la somma delle singole serenità private e “pace in famiglia” portava alla serenità e pace collettiva. Parlava di felicità solo l’educazione religiosa, ma riferendosi unicamente all’ultraterreno o, su ben altre sponde, la consueta fine di ogni favola (o telenovelas) con l’immancabile “e vissero felici e contenti” come espressione che riconfermava, caso mai ce ne fosse bisogno, l’identificazione felicità = realizzazione del sogno d’amore. E l’irrompere massiccio dei mass-media e della pubblicità nella nostra vita – e soprattutto in quella delle giovani generazioni – ha però finito per identificare la felicità sempre più con la conquista di appagamenti che non riguardano più le emozioni, gli stati d’animo, l’essere, bensì gli oggetti posseduti, 1′avere”. Dalla metà degli anni ’70 una enorme quantità di libri e convegni hanno trattato in America Settentrionale il tema della felicità e i risultati di una famosa inchiesta hanno rilevato che il 90% degli americani si dichiara felice, che vuol dire: avere denaro e poter comprare, avere il successo professionale, sapersi accontentare, avere una bella famiglia, andar d’accordo con gli altri e perfino dedicarsi al volontartato, consapevolezza del proprio altruismo. Vien da pensare che tutto questo considerarsi felici sia più un atteggiamento esteriore che un vero stato d’animo, più una sorta di autogratificazione collettiva che vera realizzazione di sé. Non conosciamo dati che ci dicono se quanto e perché gli italiani si sentano felici, né se intendano o vivano la felicità come valore; è innegabile comunque l’importanza di una riflessione su questo tema che, proprio perché tocca l’intimo e il privato di ciascuno di noi, coinvolge valori e attese che vanno poi ad incidere sulla vera qualità della vita; e sta qui allora il perché dei risultati di una ricerca condotta dalla Oxford University in vari paesi del mondo che ha invece evidenziato come l’umanità ha dedicato più soldi e impegno a capire l’infelicità e a guarirne piuttosto che a capire in cosa consista nella vita di tutti i giorni la felicità. Il mito dei consumi, ha detto a chiare lettere l’inchiesta, non dà felicità, ma non la dà neppure il successo professionale, troppo spesso raggiunto attraverso un costo elevatissimo, pagato proprio a scapito dei bisogni affettivi, più privati e più struggenti. E forse allora ha ragione Trilussa: “C’è un’ape che si posa su un bottone di rosa: lo succhia e se ne va… tutto sommato la felicità è una piccola cosa”. Si, ma unicamente affrontando il mistero della vita nelle piccole e grandi cose, sapendo di non esaurirlo o contenerlo mai se non abbandonandosi a quella certezza in Dio che da sola rende fruibile e vivibile la vita.

ENZA CORRENTE SUTERA

Nota dell’editore: i testi sopra riportati sono tratti dal libro Il Punto, Edizioni Monte Berico Vicenza, 1999

PARADISO ILLUSTRATO

Published abril 23, 2012 by passioneitaliana2

“Merluzzo d’argento sull’isola che non c’e. Eccole un bell’esemplare, signora, saldo a palpitante sulla punta dell’arpione! Ringraziamo gli dei prima di passarlo a friggitura.”
L’acqua già bolle all’aperto, la insemino di tè arricchito di cardamomo. Le porgo la tazza e i nostri occhi scintillano sulla porcellana. Il calore del tè sulle labbra a sui denti ricalca il calore del sole che infiamma la pelle del viso.
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La bacio sul collo e lei non
mi teme, perché sa che se le parlo di zanne è per sublimarne l’assenza. Si fida di me piu che della sua paura. Io non temo l’abbandono: so che il mio amore per il suo caffè basta a trattenerla.
Non siamo che due su quest’isola d’assenza, due creature filiformi e azzurrine dalle gote rosate di sole. Ci amiamo di un amore atmosferico, l’amore affrancato di chi ama senza sapere d’amare.
Ma ecco, una serpe s’avvicina strisciando, una mela si stacca dall’albero: ci domandiamo con gli occhi se non abbiamo
già vissuto la scena. Lasciamo fare la serpe, stavolta: la lingua
dardeggia sulla buccia del frutto, le fauci si aprono come portali sui cardini, la bestia inghiotte la mela. E si strozza. Un’aquila cala in volteggi sulla serpe morente, l’artiglio trapassa le
squame e arpiona la mela dentro il serpente. L’uccello trascina
nel cielo il rosso pianeta infestato dal drago ciondolante.
Ora è tempo di lettura. Stasera leggiamo il tramonto. In coro scorriamo a gran voce polinesiani fonemi variopinti di vocali: “Aioejoa eujjjooioo aaaoaiiieoo ioouajauii ooaooee eeeeiiii.”
All’imbrunire ci ritiriamo in silenzio, mentre Venere a la Luna annunciano in silenzio i fuochi naturali e pirotecnici delle stelle, delle mille comete di una notte che ci carezzerà i capelli senza metterci paura, grazie al cielo.

GIULIO RANZANICI

Frasi di Che Guevara (Ernesto Che Guevara de la Serna)

Published abril 20, 2012 by passioneitaliana2

*Quando saprai che sono morto di sillabe strane.
Pronuncia fiore, ape, lacrima, pane, tempesta.

*Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso.

*Il sangue del popolo è il nostro tesoro più sacro, ma è necessario versarlo per impedire che in futuro ne venga sparso di più.

*Dicono che noi rivoluzionari siamo romantici. Si è vero lo siamo in modo diverso, siamo quelli disposti a dare la vita per quello in cui crediamo.
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*Hasta la victoria siempre.
Fino alla vittoria, sempre!

*Il silenzio è una discussione portata avanti con altri mezzi.

*La gioventù deve fare esattamente ciò che pensa. L’importante è che non smettiate di essere giovani.

*Il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d’amore.

*L’unica battaglia che ho perso è stata quella che ho avuto paura di combattere.

*Ho tanti fratelli che non riesco a contarli e una sorella bellissima che si chiama libertà.

“Un incontro”

Published abril 17, 2012 by passioneitaliana2

Dalla parte opposta della strada sta attraversando un malconcio e dinoccolato Clark Gable meticcio che mi sorride bambinescamente a piene labbra – dice, ha una sigaretta, signore l’italiano? vieni da me, io abito in palestra, faccio il guardiano – ha un solo incisivo da una parte e un canino dall’altra, avrà sì e no ventidue anni, baffetti e grandi occhi neri. Oltre una cancellata effettivamente due squadre stanno giocando a calcio in un campo sportivo ridotto – ma al posto dell’erba il terreno è catramato, che se cadono…
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Vieni, vieni, signore lo straniero – parla francese come gli viene. Apre una porta situata vicino agli spogliatoi: ci stavano una donnona allungata con grazia per terra, una ragazzina sotto le coperte – vestita -, un vecchio corpulento stravaccato sul matrimoniale e il tutto che rigurgitava sotto e sopra stracci e coperte rotte, pelli di capra e di coniglio, bottiglie, scarpe a decine, robe vecchie e secche, il televisore acceso – una nenia cantata dalla solita sciantosa che sembra tirare gli ultimi e invece può andare avanti anche fino a mezzanotte sempre così, cullando una culla. Trambusto per i saluti e le deferenze; quand’è sereno, mi spiega la ragazza mettendosi a sedere interessata, vedono anche i programmi italiani, di cui citano i principali disgraziati. La prima cosa che ho fatto entrando è stato di porgere la bottiglia di ambra annacquata alla signora e il ragazzo tutto contento ha detto qualcosa al vecchio che, vengo a sapere dalla ragazza che si fa largo fra gli stracci, non è il padre ma lo zio, e che lui è sposato ma in un’altra città e è qui a Sousse in cerca di sistemazione e intanto vive con loro tre. Il ragazzo continua a sorridere intorno come se mostrasse ai parenti un parafango cromato trovato per strada, io mi sento morire e lui via a sorridermi in maniera sublime, come un angioletto fotografato dal vivo in una nuvoletta luminosa, e fa niente se ora il vecchio energumeno s’è messo a sbraitare agitando un mazzo di chiavi, che il ragazzo cerca di prendergli senza riuscirci. Usciamo alla svelta, e ho capito che il vecchio ha capito quello che il nipote, spiantato ma spudorato, intendeva fare delle chiavi: portare me in qualche posticino confortevole e con un tetto sopra. Usciamo dall’immobile, costeggiamo la muraglia e siamo sulla spiaggia buia e molliccia, dove scogli bassi rifrangono le onde d’inizio marea. C’è anche molto vento, tanto che non sento bene quel che farfuglia, poi ci troviamo di fronte l’uno all’altro e prendiamo a baciarci forsennatamente – dopo pochi secondi io ho la marea ai ginocchi e lui no, perché, premunendosi, non era più in piedi ma accucciato su uno scoglio e s’è limitato a sporgere le labbra con comodità, che non molla. Cazzo mondiale da sotto i pantaloni stracci, e lui che col suo sorriso da via col vento intacca il buio, lo scuote, lo irrita di una luce antica, accecante – maliziosa. Mi risucchia la lingua all’interno dei due denti rimastigli davanti, sembra voglia farle fare un giro di boa attorno al canino, me la ammaina sull’incisivo con la sua – saliva dolce di sale, di miele, proprio un dolce di saliva. Glielo tiro fuori, mi fa cenno di spostarmi perché potremmo essere visti da chi entra in palestra, ci inoltriamo nell’acqua fra gli scogli, io inzuppato dalla vita ai piedi ma come istantaneamente asciugato dal vento e dalla mia infingarda allegria che strizza le mie risa represse. Che simpatico! Si sistema su uno scoglio, mi abbassa bene i pantaloni, mi sistema per benino sul suo cazzo e comincia a chiavarmi in modo atletico, storcendomi la testa con infinito amore verso la sua, affamato di baci – ride anche quando bacia, anzi, ride di più. Sul più bello omogeneo, Ardi mi blocca col culo a metà asta:
«Combien tu me donnes?»
«Tariffa nazionale cinque dinari» faccio io prontamente, e lui felice mi rischiaccia dentro il suo cazzo sussultante nell’orgasmo entusiasta del lavoratore pagato il giusto prezzo. E sborro anch’io, sghignazzando per le battute non nuove, ma sempre stupefacenti.
Ormai sborro per dispetto, butto via sperma su sperma, la mia sola materia grigia veramente, niente può farmi desistere dal godere di me a ogni costo, dal provare sentimento e gratitudine dove un pivello troverebbe solo altra umiliazione. Pago Ardi, che mi abbraccia ancora e ci salutiamo reciprocamente grati. E così inzuppato, con la tela attaccata alle gambe, faccio la mia solita entrata nella hall dell’albergo con la solita gente improvvisamente di cera che fa ala in silenzio senza più battere ciglio. La tela è trasparente e le mutande gliele ho regalate, deambulando verso la scalinata mollo una teoria di scoreggine a chiappe strette e sento un rigagnolo colarmi giù sulla coscia. Ah, se un giorno questi pantaloni bianchi potessero parlare! Passo per la pista, affollata come una camera ardente senza un cadavere in particolare. Sono del tutto indifferente ai commenti. Cosa dovrei dire io di come passano il tempo loro? L’intrattenimento del Jawhara Club stasera consiste in sei coppiette che devono mimare tre animali ciascuna. Bello sforzo! E io che, stanco morto come sono, devo ancora andare a montare di sentinella vicino al pertugio nella rete, e Kabir arriva trafelato, è scappato momentaneamente dalla guardiola per dirmi «Je Vous aime, monsieur Aldo» e io rispondo «Moi aussi» e stretti fra gli arbusti che ci dilaniano (hanno le spine) consumiamo il più alla svelta possibile perché deve rientrare subito, gli infilo in tasca di che fare dichiarazioni sincere per un mese, insiste, non vuole, ma io insisto più di lui e se ne fugge via strizzando le palpebre – e non lo vedrò più (ma in una lettera mi dirà che stava per diventare ragazzo-padre e che era obbligato a sposarsi, che dopo avermi conosciuto aveva trascorso settimane combattuto fra il dovere e la fuga – in Italia -, che se io gli avessi fatto un cenno sarebbe venuto con me per sempre, perché lui non era mai stato tanto felice, dice, e non lo sarà mai più – io ho inviato un pacco natalizio con indumenti da neonato, intanto, e la promessa che se si sposa con l’amante-bambina – tredici anni – e non l’abbandona gli farò un grosso regalo. Ma non ho mai più avuto sue notizie. Deve proprio essersi sposato).
Qualcuno stanotte s’è preso la briga di gettare sulla mia veranda un paio di mutandine con pizzo in jersey e mestruo fresco. Adesso giacciono per terra invase dalle formiche e leccate dal mio gatto preferito. Avvertimento, sfregio, promessa?
Mi sono svegliato come sempre alle sei, dopo un’ora che tenevo del tutto gli occhi chiusi. La caffetteria era già aperta, non lo sapevo, ma è per turisti che partono presto per le escursioni. Mangio qualcosa, mi scivola il coltello e mi impiastro di marmellata di fichi e, leccandomi le dita per tutto il tragitto, vado in spiaggia a vedere sorgere il sole. Eccola là, la sfera strafottente attraversata da una barchetta nera. Sembra dapprima una mongolfiera a rallentatore, per via del riflesso sull’acqua che schiaccia la rotondità della palla, e poi un salvadanaio di terracotta. Un monito a mettere via la vita, e capitalizzarla per quando ce ne sarà poca – avvertimento stupido: chi risparmia vita adesso non solo non avrà di più dopo ma avrà sempre meno a misura che aumenterà il risparmio. Certi tesori si guadagnano solo disperdendoli. E così eccolo lì, il dio luce, che viene da queste parti ogni mattina, puntuale a modo suo, metodico nel non lasciar stare niente: tutto deve muoversi al suo arrivo e tutto deve respirare a occhi aperti, spinto a vivere per attrazione verso la morte, che vuole chiudere il ciclo alla svelta e chi s’è visto s’è visto, gli altri no.
Piccioni rosso-crema sulla rena fra i rifiuti di plastica, un tronco imponente di palma fra i flutti calmi; corridore in lontananza. L’acqua è tiepida, un inno a se stesse l’andare e venire delle onde basse. E ecco, s’è levato, i secchi sono stati di nuovo distribuiti……………….

Tratto dal libro Sodomie in Corpo 11 di Aldo Busi, Mondadori Editore, Milano, 1988.

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