Dalla parte opposta della strada sta attraversando un malconcio e dinoccolato Clark Gable meticcio che mi sorride bambinescamente a piene labbra – dice, ha una sigaretta, signore l’italiano? vieni da me, io abito in palestra, faccio il guardiano – ha un solo incisivo da una parte e un canino dall’altra, avrà sì e no ventidue anni, baffetti e grandi occhi neri. Oltre una cancellata effettivamente due squadre stanno giocando a calcio in un campo sportivo ridotto – ma al posto dell’erba il terreno è catramato, che se cadono…

Vieni, vieni, signore lo straniero – parla francese come gli viene. Apre una porta situata vicino agli spogliatoi: ci stavano una donnona allungata con grazia per terra, una ragazzina sotto le coperte – vestita -, un vecchio corpulento stravaccato sul matrimoniale e il tutto che rigurgitava sotto e sopra stracci e coperte rotte, pelli di capra e di coniglio, bottiglie, scarpe a decine, robe vecchie e secche, il televisore acceso – una nenia cantata dalla solita sciantosa che sembra tirare gli ultimi e invece può andare avanti anche fino a mezzanotte sempre così, cullando una culla. Trambusto per i saluti e le deferenze; quand’è sereno, mi spiega la ragazza mettendosi a sedere interessata, vedono anche i programmi italiani, di cui citano i principali disgraziati. La prima cosa che ho fatto entrando è stato di porgere la bottiglia di ambra annacquata alla signora e il ragazzo tutto contento ha detto qualcosa al vecchio che, vengo a sapere dalla ragazza che si fa largo fra gli stracci, non è il padre ma lo zio, e che lui è sposato ma in un’altra città e è qui a Sousse in cerca di sistemazione e intanto vive con loro tre. Il ragazzo continua a sorridere intorno come se mostrasse ai parenti un parafango cromato trovato per strada, io mi sento morire e lui via a sorridermi in maniera sublime, come un angioletto fotografato dal vivo in una nuvoletta luminosa, e fa niente se ora il vecchio energumeno s’è messo a sbraitare agitando un mazzo di chiavi, che il ragazzo cerca di prendergli senza riuscirci. Usciamo alla svelta, e ho capito che il vecchio ha capito quello che il nipote, spiantato ma spudorato, intendeva fare delle chiavi: portare me in qualche posticino confortevole e con un tetto sopra. Usciamo dall’immobile, costeggiamo la muraglia e siamo sulla spiaggia buia e molliccia, dove scogli bassi rifrangono le onde d’inizio marea. C’è anche molto vento, tanto che non sento bene quel che farfuglia, poi ci troviamo di fronte l’uno all’altro e prendiamo a baciarci forsennatamente – dopo pochi secondi io ho la marea ai ginocchi e lui no, perché, premunendosi, non era più in piedi ma accucciato su uno scoglio e s’è limitato a sporgere le labbra con comodità, che non molla. Cazzo mondiale da sotto i pantaloni stracci, e lui che col suo sorriso da via col vento intacca il buio, lo scuote, lo irrita di una luce antica, accecante – maliziosa. Mi risucchia la lingua all’interno dei due denti rimastigli davanti, sembra voglia farle fare un giro di boa attorno al canino, me la ammaina sull’incisivo con la sua – saliva dolce di sale, di miele, proprio un dolce di saliva. Glielo tiro fuori, mi fa cenno di spostarmi perché potremmo essere visti da chi entra in palestra, ci inoltriamo nell’acqua fra gli scogli, io inzuppato dalla vita ai piedi ma come istantaneamente asciugato dal vento e dalla mia infingarda allegria che strizza le mie risa represse. Che simpatico! Si sistema su uno scoglio, mi abbassa bene i pantaloni, mi sistema per benino sul suo cazzo e comincia a chiavarmi in modo atletico, storcendomi la testa con infinito amore verso la sua, affamato di baci – ride anche quando bacia, anzi, ride di più. Sul più bello omogeneo, Ardi mi blocca col culo a metà asta:
«Combien tu me donnes?»
«Tariffa nazionale cinque dinari» faccio io prontamente, e lui felice mi rischiaccia dentro il suo cazzo sussultante nell’orgasmo entusiasta del lavoratore pagato il giusto prezzo. E sborro anch’io, sghignazzando per le battute non nuove, ma sempre stupefacenti.
Ormai sborro per dispetto, butto via sperma su sperma, la mia sola materia grigia veramente, niente può farmi desistere dal godere di me a ogni costo, dal provare sentimento e gratitudine dove un pivello troverebbe solo altra umiliazione. Pago Ardi, che mi abbraccia ancora e ci salutiamo reciprocamente grati. E così inzuppato, con la tela attaccata alle gambe, faccio la mia solita entrata nella hall dell’albergo con la solita gente improvvisamente di cera che fa ala in silenzio senza più battere ciglio. La tela è trasparente e le mutande gliele ho regalate, deambulando verso la scalinata mollo una teoria di scoreggine a chiappe strette e sento un rigagnolo colarmi giù sulla coscia. Ah, se un giorno questi pantaloni bianchi potessero parlare! Passo per la pista, affollata come una camera ardente senza un cadavere in particolare. Sono del tutto indifferente ai commenti. Cosa dovrei dire io di come passano il tempo loro? L’intrattenimento del Jawhara Club stasera consiste in sei coppiette che devono mimare tre animali ciascuna. Bello sforzo! E io che, stanco morto come sono, devo ancora andare a montare di sentinella vicino al pertugio nella rete, e Kabir arriva trafelato, è scappato momentaneamente dalla guardiola per dirmi «Je Vous aime, monsieur Aldo» e io rispondo «Moi aussi» e stretti fra gli arbusti che ci dilaniano (hanno le spine) consumiamo il più alla svelta possibile perché deve rientrare subito, gli infilo in tasca di che fare dichiarazioni sincere per un mese, insiste, non vuole, ma io insisto più di lui e se ne fugge via strizzando le palpebre – e non lo vedrò più (ma in una lettera mi dirà che stava per diventare ragazzo-padre e che era obbligato a sposarsi, che dopo avermi conosciuto aveva trascorso settimane combattuto fra il dovere e la fuga – in Italia -, che se io gli avessi fatto un cenno sarebbe venuto con me per sempre, perché lui non era mai stato tanto felice, dice, e non lo sarà mai più – io ho inviato un pacco natalizio con indumenti da neonato, intanto, e la promessa che se si sposa con l’amante-bambina – tredici anni – e non l’abbandona gli farò un grosso regalo. Ma non ho mai più avuto sue notizie. Deve proprio essersi sposato).
Qualcuno stanotte s’è preso la briga di gettare sulla mia veranda un paio di mutandine con pizzo in jersey e mestruo fresco. Adesso giacciono per terra invase dalle formiche e leccate dal mio gatto preferito. Avvertimento, sfregio, promessa?
Mi sono svegliato come sempre alle sei, dopo un’ora che tenevo del tutto gli occhi chiusi. La caffetteria era già aperta, non lo sapevo, ma è per turisti che partono presto per le escursioni. Mangio qualcosa, mi scivola il coltello e mi impiastro di marmellata di fichi e, leccandomi le dita per tutto il tragitto, vado in spiaggia a vedere sorgere il sole. Eccola là, la sfera strafottente attraversata da una barchetta nera. Sembra dapprima una mongolfiera a rallentatore, per via del riflesso sull’acqua che schiaccia la rotondità della palla, e poi un salvadanaio di terracotta. Un monito a mettere via la vita, e capitalizzarla per quando ce ne sarà poca – avvertimento stupido: chi risparmia vita adesso non solo non avrà di più dopo ma avrà sempre meno a misura che aumenterà il risparmio. Certi tesori si guadagnano solo disperdendoli. E così eccolo lì, il dio luce, che viene da queste parti ogni mattina, puntuale a modo suo, metodico nel non lasciar stare niente: tutto deve muoversi al suo arrivo e tutto deve respirare a occhi aperti, spinto a vivere per attrazione verso la morte, che vuole chiudere il ciclo alla svelta e chi s’è visto s’è visto, gli altri no.
Piccioni rosso-crema sulla rena fra i rifiuti di plastica, un tronco imponente di palma fra i flutti calmi; corridore in lontananza. L’acqua è tiepida, un inno a se stesse l’andare e venire delle onde basse. E ecco, s’è levato, i secchi sono stati di nuovo distribuiti……………….
Tratto dal libro Sodomie in Corpo 11 di Aldo Busi, Mondadori Editore, Milano, 1988.